È da qualche minuto che ragiono attorno al tema dell’attesa. Attendere
mi rende ancora più impaziente. Lo so, magari tu invece stai pensando che c’è
un piacere nell’attesa. Vero. Ma è un piacere collegato con l’oggetto dell’attesa
e quindi, in definitiva, con l’aspettativa che l’attesa produce.
Sono passate due settimane esatte dai “lockdown party” di
venerdì 13 marzo 2020. Da una parte sembra passato un secolo. L’eccezionalità di
quanto sta accadendo, insieme alla novità che si portava appresso, aveva
allungato il tempo quotidiano delle nostre vite: una lunghissima fionda da tendere
a più non posso. “Possibile che questo sia accaduto solo due giorni fa?” ci chiedevamo
rispetto ad un fatto qualsiasi. Ora, al contrario, la routine de “la pausa” con
la monotonia dei suoi giorni sta accorciando il tempo, lo sta divorando. Come
quando dopo trenta anni di lavoro, in un ufficio a preparare autocertificazioni, si
arriva alla pensione e ci si volta indietro sgomenti interrogandosi su come l’hai
trascorso, il tuo, di tempo.
I “lockdown party” dicevo… faccio una rapida ricerca su Google digitando
“Party in Brussels” e il motore di ricerca (indietro rispetto alla realtà) mi propone “Party in Brussels tonight”. Eh già…
Il risultato è sconfortante. Magari io non avrei fatto nulla come
tanti altri venerdì che me ne sto a casa dopo una settimana intensa, oppure perché
appena rientrato da qualche viaggio. E invece.
Insomma, l’attesa e le aspettative che si porta dietro. Adesso,
proprio ora, “in attesa” che si concluda il Consiglio Nazionale della Sicurezza
qui in Belgio che deciderà su qualcosa, qualsiasi cosa essa sia.
Che cosa mi aspetto io? Mi aspetto l’autocertificazione.
Ma poi in fondo che sarà così o meno che importanza ha? Alla fine,
tutte quelle maschere che vedo indossare quando faccio la mia passeggiata perché affetto
da dromomania sono solo delle maschere danzanti.

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