mercoledì 25 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno dodici



Mi manca Gare du Midi!
O meglio mi manca la routine collegata anche con la Gare du Midi. Uso i mezzi pubblici ormai da una quindicina di anni, ovvero da quando regalai l’auto che avevo a mio fratello, subito dopo la nascita del suo primo figlio. Da allora non ne ho più posseduta una. Di tanto in tanto, quando ne ho bisogno, la noleggio. Ed è finita lì.
Dicevo, che è da qualche ora che sento la mancanza della routine collegata con la Gare du Midi, dove normalmente cambiavo mezzo per poi dirigermi in ufficio ogni giorno feriale tra le otto e le nove del mattino.



Foto Pablo Garrigos


In fondo a pensarci bene mi manca la Stib (la Stib!? Esatto) e mi manca anche la consueta osservazione che facevo sulla varietà delle persone che ci transitavano, e come tale varietà mutasse a mano a mano che la metro attraversava i vari quartieri. Tipo la linea uno quando, dopo aver attraversato le varie fermate intorno alle Istituzioni, si addentra verso Comte de Flandre e poi ancora in direzione di Étangs Noirs e si passa dalla donna (apparentemente) in carriera in tailleur, alla signora con l’hijab (apparentemente) religiosa osservante.








Se poi c’è una cosa che l’attuale situazione mi fa venire in mente (porca troia: giusto qualche giorno fa sono passati quattro anni) sono i momenti subito dopo gli attacchi terroristici a Bruxelles. Nel corso delle settimane prima e nelle immediate ore successive ricordo che tensione e angoscia non erano troppo dissimili da quelli odierni. Ma allora, ancora me ne rammento, quando capitava di incontrare qualche persona che avesse poco poco le sembianze di un potenziale attentatore musulmano, si affacciava un sentimento di inquietudine che ti conduceva a metterti a distanza di sicurezza. Ma ricordo pure, quanto avessi deciso di frequentare, come molti altri, con maggiore assiduità il Brass’Art café situato proprio sulla Place Communale di Molenbeek. Oggi è più difficile.

Siamo certamente più soli.




Foto Wolfgang Tillmans




Ma da buon bobo ogni sera mi affaccio alla finestra e mi unisco all’applauso liberatorio delle otto di sera.


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