Il primo giorno di quarantena sta
un po’ passando tra qualche chiamata di aggiornamento dall’Italia e la lettura
compulsiva dei quotidiani belgi. Ho deciso anche di fare l’abbonamento a “le
Soir” per un solo mese, al costo fantastico di un euro, con la speranza che alla
fine del periodo di prova, tutto questo bordello sarà finito. Lo so: tante
persone mi dicono che non sarà così. Che tra un mese saremo ancora nella stessa
condizione di oggi, se non peggio.
Un mio amico medico qui in Belgio
mi confessa che i numeri degli infettati sono molto più alti di quelli
ufficiali: non so che cosa pensare. Credergli? Non credergli? Che cosa
cambierebbe poi? Nulla. O forse no. È quello che ho pensato ieri quando ho
cercato insistentemente un mezzo, qualsiasi, per tornarmene in Italia.
D’altra
parte, se me ne devo stare rinchiuso dentro casa qui a Bruxelles, di fatto
perdendomi gran parte del fascino che questa città esercita con una offerta
culturale di tutto rilievo, allora me ne torno in Italia.
Italia? Bene. Ieri sera ho provato
a sondare alcune possibilità (tanto la cara Ryanair ha cessato tutti i
collegamenti con il bel paese) tipo: Brussels Airlines che a quasi mille euro
mi faceva arrivare a Roma. E poi? Da Roma? Boh. Ho provato anche a pensare ad
affittare una macchina: rapido controllo e il noleggio dell’auto (lasciandola
poi in Italia) mi sarebbe costato un botto quasi quanto comprarne una usata.
Meglio lasciar perdere. E cercare di capire come poter affrontare queste tre
settimane.
Insomma, avevo pensato alla fuga.
Si può fuggire? Andarsene come uno Schettino? Che poi in fondo in fondo come non comprendere
il comandante che ha deciso di salvare la propria vita come avrebbero
fatto miliardi di altre persone.
Nel frattempo, ho deciso di andare
a fare spesa anche io al supermercato. Non ho riempito il carrello come hanno
fatto in molti. Non dico che loro abbiano fatto male ed io bene, figuriamoci. Anche se qui e lì m’era passato per la testa
il pensiero “e che cazzo! Mica ci sta la guerra” Ma poi stamane la lettura di
una intervista ad uno psicologo sociale mi aveva permesso di rivedere la mia
posizione: egli infatti affermava che saremmo di fronte ad un classico
meccanismo di protezione (ai poveri capita molto di più) in tempi come questi
caratterizzati da grande incertezza. E dalla paura degli scaffali vuoti come ho
visto qua e là ieri al Delhaize.
Insomma, almeno per il momento, vivo
in una condizione di sospensione. Non mi sento rallegrato per il fatto di poter
lavorare da casa. Mi chiedo come potremmo reagire io e la mia compagna chiusi
dentro un appartamento, io e lei soli, per tre settimane; senza poter andare al
lavoro, ad una mostra o semplicemente ad un bar per incontrare degli amici
dividendo così la “monotonia” del nostro rapporto. lo vedrò nelle prossime
settimane.
D’altra parte, non sono preso da
alcuna ansia. Ho deciso un po’ di organizzarmi. Di forzarmi di darmi alcune
routine che al momento non ho ancora capito quali esattamente. Forse leggere,
Netflix, lavorare. Boh. È troppo presto per capire, almeno per me, gli effetti
che queste tre settimane (ma saranno poi tre settimane?) avranno sulla mia
psiche. Di una cosa tuttavia sono sicuro: il tempo passato sul divano a
mangiucchiare non tarderà a mostrarsi sotto forma di peso aggiuntivo. Forse una
soluzione c’è vivendo al quinto piano: posso farmi le rampe delle scale un paio
di volte al giorno. Et voilà.

Gli infetti sono ovviamente molti di più. Quelli registrati sono solo i casi più gravi cui viene fatto il tampone. Probabilmente gli infetti sono 100 volte di più. Ma questo riduce anche la mortalità.
RispondiEliminabeh... speriamo bene...
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