sabato 14 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno uno


Il primo giorno di quarantena sta un po’ passando tra qualche chiamata di aggiornamento dall’Italia e la lettura compulsiva dei quotidiani belgi. Ho deciso anche di fare l’abbonamento a “le Soir” per un solo mese, al costo fantastico di un euro, con la speranza che alla fine del periodo di prova, tutto questo bordello sarà finito. Lo so: tante persone mi dicono che non sarà così. Che tra un mese saremo ancora nella stessa condizione di oggi, se non peggio.
Un mio amico medico qui in Belgio mi confessa che i numeri degli infettati sono molto più alti di quelli ufficiali: non so che cosa pensare. Credergli? Non credergli? Che cosa cambierebbe poi? Nulla. O forse no. È quello che ho pensato ieri quando ho cercato insistentemente un mezzo, qualsiasi, per tornarmene in Italia. 

D’altra parte, se me ne devo stare rinchiuso dentro casa qui a Bruxelles, di fatto perdendomi gran parte del fascino che questa città esercita con una offerta culturale di tutto rilievo, allora me ne torno in Italia.
Italia? Bene. Ieri sera ho provato a sondare alcune possibilità (tanto la cara Ryanair ha cessato tutti i collegamenti con il bel paese) tipo: Brussels Airlines che a quasi mille euro mi faceva arrivare a Roma. E poi? Da Roma? Boh. Ho provato anche a pensare ad affittare una macchina: rapido controllo e il noleggio dell’auto (lasciandola poi in Italia) mi sarebbe costato un botto quasi quanto comprarne una usata. Meglio lasciar perdere. E cercare di capire come poter affrontare queste tre settimane.

Insomma, avevo pensato alla fuga. Si può fuggire? Andarsene come uno Schettino?  Che poi in fondo in fondo come non comprendere il comandante che ha deciso di salvare la propria vita come avrebbero fatto miliardi di altre persone.

Nel frattempo, ho deciso di andare a fare spesa anche io al supermercato. Non ho riempito il carrello come hanno fatto in molti. Non dico che loro abbiano fatto male ed io bene, figuriamoci.  Anche se qui e lì m’era passato per la testa il pensiero “e che cazzo! Mica ci sta la guerra” Ma poi stamane la lettura di una intervista ad uno psicologo sociale mi aveva permesso di rivedere la mia posizione: egli infatti affermava che saremmo di fronte ad un classico meccanismo di protezione (ai poveri capita molto di più) in tempi come questi caratterizzati da grande incertezza. E dalla paura degli scaffali vuoti come ho visto qua e là ieri al Delhaize.




Insomma, almeno per il momento, vivo in una condizione di sospensione. Non mi sento rallegrato per il fatto di poter lavorare da casa. Mi chiedo come potremmo reagire io e la mia compagna chiusi dentro un appartamento, io e lei soli, per tre settimane; senza poter andare al lavoro, ad una mostra o semplicemente ad un bar per incontrare degli amici dividendo così la “monotonia” del nostro rapporto. lo vedrò nelle prossime settimane.

D’altra parte, non sono preso da alcuna ansia. Ho deciso un po’ di organizzarmi. Di forzarmi di darmi alcune routine che al momento non ho ancora capito quali esattamente. Forse leggere, Netflix, lavorare. Boh. È troppo presto per capire, almeno per me, gli effetti che queste tre settimane (ma saranno poi tre settimane?) avranno sulla mia psiche. Di una cosa tuttavia sono sicuro: il tempo passato sul divano a mangiucchiare non tarderà a mostrarsi sotto forma di peso aggiuntivo. Forse una soluzione c’è vivendo al quinto piano: posso farmi le rampe delle scale un paio di volte al giorno. Et voilà.

2 commenti:

  1. Gli infetti sono ovviamente molti di più. Quelli registrati sono solo i casi più gravi cui viene fatto il tampone. Probabilmente gli infetti sono 100 volte di più. Ma questo riduce anche la mortalità.

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