sabato 28 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno quindicesimo



Diario della quarantena: giorno quindicesimo.


Me la sono segnata la nuova data. Il diciannove di aprile. Dunque, ora mi preparo mentalmente a questa nuova scadenza. Con un po’ di apprensione, con la faccia che sbuffa un pochetto con l’espressione “che due palle”. E quindi la data del nuovo “confinement” proprio ieri sera è stata prorogata fino alla prima settimana dopo Pasqua.








Non che avessi sperato in qualcosa di differente giacché la tendenza altrove, senza considerare l’Italia, è analoga a quanto accade in Belgio. Non so tu, ma io ho spesso la sensazione di stare sulle montagne russe, quelle che vengono allestite ogni estate alla fiera di Midi. L’assenza di un ritmo emotivo generalmente dato dalla consuetudine casa-lavoro viene colmato da un altro, più volubile, che si cerca di osservare con un occhio cauto, per vederne gli smottamenti interni, anche quelli più impercettibili.








E poi… scusa ne vogliamo parlare? È già tempo di ora legale!
Non so tu, ma io il passaggio dall’ora solare a quella legale che accade questa notte mi ha sempre dato un “di più”, un moto di gioia per le giornate che, già allungate, ora lo sono anche di più. Lo stupore che mi accompagna i primissimi giorni dopo il cambio dell’orario me lo vedo in faccia tutte le volte uscendo dall’ufficio, sorprendendomi per il fatto che sia ancora giorno.
Domani sera me lo voglio godere!





venerdì 27 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno quattordici




È da qualche minuto che ragiono attorno al tema dell’attesa. Attendere mi rende ancora più impaziente. Lo so, magari tu invece stai pensando che c’è un piacere nell’attesa. Vero. Ma è un piacere collegato con l’oggetto dell’attesa e quindi, in definitiva, con l’aspettativa che l’attesa produce.





Foto Mimmo Jodice



Sono passate due settimane esatte dai “lockdown party” di venerdì 13 marzo 2020. Da una parte sembra passato un secolo. L’eccezionalità di quanto sta accadendo, insieme alla novità che si portava appresso, aveva allungato il tempo quotidiano delle nostre vite: una lunghissima fionda da tendere a più non posso. “Possibile che questo sia accaduto solo due giorni fa?” ci chiedevamo rispetto ad un fatto qualsiasi. Ora, al contrario, la routine de “la pausa” con la monotonia dei suoi giorni sta accorciando il tempo, lo sta divorando. Come quando dopo trenta anni di lavoro, in un ufficio a preparare autocertificazioni, si arriva alla pensione e ci si volta indietro sgomenti interrogandosi su come l’hai trascorso, il tuo, di tempo.

I “lockdown party” dicevo… faccio una rapida ricerca su Google digitando “Party in Brussels” e il motore di ricerca (indietro rispetto alla realtà) mi propone “Party in Brussels tonight”. Eh già…
Il risultato è sconfortante. Magari io non avrei fatto nulla come tanti altri venerdì che me ne sto a casa dopo una settimana intensa, oppure perché appena rientrato da qualche viaggio. E invece.






Insomma, l’attesa e le aspettative che si porta dietro. Adesso, proprio ora, “in attesa” che si concluda il Consiglio Nazionale della Sicurezza qui in Belgio che deciderà su qualcosa, qualsiasi cosa essa sia.
Che cosa mi aspetto io? Mi aspetto l’autocertificazione.
Ma poi in fondo che sarà così o meno che importanza ha? Alla fine, tutte quelle maschere che vedo indossare quando faccio la mia passeggiata perché affetto da dromomania sono solo delle maschere danzanti.





giovedì 26 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno tredici



Ieri mi sentivo un po’ così, come nell’immagine di questo ragazzo fotografato da Bruce Gilden ossia come un adolescente impazzito.
L’ho spesso osservata durante questi ultimi giorni una sensazione che non provavo in passato, prima de “la pausa”. Mi accorgo che spesso mi capita di aver sbalzi di umore. Mi sono sempre considerato un “monoumore”: nessuna forma di depressione eclatante né, d’altra parte, quell’incontenibile entusiasmo contagioso che capita di invidiare a taluni.







In questi giorni è più difficile. Da una parte ci sono gli Skypéro, un modo per stare vicini agli amici che ora, dopo il confinamento, ovviamente non vedo più. Ma poi se per qualche ragione lo Skypéro salta, allora uno si dice (dopo essersi ripetuto miliardi di volte che è un bevitore sociale): “dai, va beh… a ‘sto punto un bicchiere di vino me lo faccio lo stesso”.
Altro che “social drinker”!






Sì, perché “la pausa”, come molte altre condizioni esistenziali straordinarie, è qualcosa che rivela numerosi aspetti di noi stessi che, in tempi “normali” ci passerebbero inosservati. Talvolta questi nostri aspetti dei quali ci curiamo poco in tempi ordinari, assumono, oggi, durante “la pausa”, una sembianza caricaturale che faccio fatica a riconoscere.

Una volta, prima de “la pausa” avevo cominciato anche “Sense8” la serie creata dalle sorelle Wachowski. Poi la rottura della routine dei miei consumi culturali serali mi aveva visto costretto ad interrompere. Ieri, finalmente, ne ho visto un episodio della seconda stagione e c’è stato un passaggio che ha richiamato alla memoria alcune pagine del “Deserto dei Tartari”, quando il protagonista, Giovanni Drogo, disteso sul letto, inconsapevole e fiducioso del tempo che ha davanti a sé, scoprirà pochi giorni dopo, come le giornate si saranno fatte più brevi e i “compagni di viaggio più radi” come poi, girandosi indietro, vedrà che “un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno”.











mercoledì 25 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno dodici



Mi manca Gare du Midi!
O meglio mi manca la routine collegata anche con la Gare du Midi. Uso i mezzi pubblici ormai da una quindicina di anni, ovvero da quando regalai l’auto che avevo a mio fratello, subito dopo la nascita del suo primo figlio. Da allora non ne ho più posseduta una. Di tanto in tanto, quando ne ho bisogno, la noleggio. Ed è finita lì.
Dicevo, che è da qualche ora che sento la mancanza della routine collegata con la Gare du Midi, dove normalmente cambiavo mezzo per poi dirigermi in ufficio ogni giorno feriale tra le otto e le nove del mattino.



Foto Pablo Garrigos


In fondo a pensarci bene mi manca la Stib (la Stib!? Esatto) e mi manca anche la consueta osservazione che facevo sulla varietà delle persone che ci transitavano, e come tale varietà mutasse a mano a mano che la metro attraversava i vari quartieri. Tipo la linea uno quando, dopo aver attraversato le varie fermate intorno alle Istituzioni, si addentra verso Comte de Flandre e poi ancora in direzione di Étangs Noirs e si passa dalla donna (apparentemente) in carriera in tailleur, alla signora con l’hijab (apparentemente) religiosa osservante.








Se poi c’è una cosa che l’attuale situazione mi fa venire in mente (porca troia: giusto qualche giorno fa sono passati quattro anni) sono i momenti subito dopo gli attacchi terroristici a Bruxelles. Nel corso delle settimane prima e nelle immediate ore successive ricordo che tensione e angoscia non erano troppo dissimili da quelli odierni. Ma allora, ancora me ne rammento, quando capitava di incontrare qualche persona che avesse poco poco le sembianze di un potenziale attentatore musulmano, si affacciava un sentimento di inquietudine che ti conduceva a metterti a distanza di sicurezza. Ma ricordo pure, quanto avessi deciso di frequentare, come molti altri, con maggiore assiduità il Brass’Art café situato proprio sulla Place Communale di Molenbeek. Oggi è più difficile.

Siamo certamente più soli.




Foto Wolfgang Tillmans




Ma da buon bobo ogni sera mi affaccio alla finestra e mi unisco all’applauso liberatorio delle otto di sera.


martedì 24 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno undici


Questa foto di Vincent Peal mi aveva emozionato ieri sera prima di andare a dormire. La bellezza della Grand Place, lo charme un po’ sguaiato della modella, il suo seno appena visibile, il vuoto assoluto intorno, la maschera antigas a proteggere il viso della donna: l’insieme trasmette un effetto di straniamento e, per molti versi, coerente con la crisi sanitaria che stiamo vivendo.






E mentre continuavo a guardare meccanicamente la mia bacheca su Facebook mi sono poi imbattuto su un gruppo che si chiama “Culture quarantine”. Si tratta di una pagina, presto diventata punto di riferimento, dove reperire una vasta gamma di offerta culturale, ovviamente virtuale. C’è un po’ di tutto, osservavo con un certo piacere. E la cosa era confortante.






E dopo, scorrendo ancora più giù il mouse, mi sono scontrato (esatto: scontrato) con un articolo che prefigurava alcune delle possibili conseguenze di questa crisi sanitaria, ponendo in particolare l’accento su quella economica, nel tentativo di trovare un giusto equilibrio fra “lockdown” e il collasso economico che si scorge all’orizzonte. 
E lo confesso, leggendolo, il quadro tratteggiato non appare affatto rassicurante, per dire il minimo. Sì, perché, per qualche ragione, l’attuale situazione di crisi e di panico generalizzato mi ha un po’ ricordato quando, a seguito di un incidente stradale, la persona coinvolta controlla subito se va tutto bene. Se sanguina, se l’eventuale passeggero lamenta qualche problema, ecc. 
E poi una volta realizzato che gli arti inferiori sono ancora ben saldi al busto e che si è trattato solo di un grande spavento (cosa che probabilmente sarà per la maggior parte della popolazione che non verrà toccata direttamente dal virus nel suo esito più nefasto), la nostra persona volge immediatamente l’attenzione ai danni subiti dalla macchina. E comincia ad imprecare.






Inoltre, tanto più la condizione economica della nostra persona sarà modesta, tanto più numerose saranno le imprecazioni che questa rivolgerà con lo sguardo rivolto al cielo.








Sia chiaro, dal mio punto di vista non sono in grado di vedere potenziali soluzioni. Ma il diario della quarantena undici oggi aveva questo nel menù. Lo so non è molto. Ma questo è.  

lunedì 23 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno dieci




Hai mai pensato di cancellarti da Facebook?

Perché pensi che ci butti troppo tempo. Poi tanto la gran parte delle persone, alla fin fine, condivide il punto di vista che esprimi attraverso uno dei tuoi post, facendo un po’ l’effetto dell’“Echo chamber”.
Personalmente trovo utile Facebook e quindi seppur qualche volta penso che succhi troppo il mio tempo, sta ancora lì. Ma ho adottato una strategia alternativa. Già qualche anno fa, essendomi accorto del tempo che mi prendeva, avevo seguito il consiglio di un amico che, per poter limitarne l’uso, aveva disinstallato l’applicazione dal telefono.
Et voilà! Niente più Facebook sul cellulare. E poi sull’onda, avevo fatto la medesima cosa anche con Instagram con il vantaggio che  sui mezzi pubblici mi guardo intorno (quando li prendevo… ). O mi leggo qualche pagina. O chiamo un amico come è successo stamane.






Ovviamente gli argomenti sono sempre un po’ quelli. Che vuoi farci?, c’è poco da recriminare e quindi è tutto un “come stai?, che fai?, come va la quarantena?, hai visto quanti infettati?, hai sentito quanti morti? (anche se questa mattina mi interrogavo perché a Bruxelles regione c’è la metà di tutti i morti del Belgio. Mah…)”.

Insomma, sono un po’ queste le domande che servono per aprire una conversazione. Ma a pensarci bene bene, porca troia, questa quarantena ha cancellato anche una domanda che eravamo soliti farci, quando ci chiamavamo al cellulare. E se non era la prima domanda era senz’altro la seconda. Riflettici un attimo. E vedrai che è un po’ che non la poni. Tre, due uno…








Esatto. Abbiamo quasi completamente smesso di chiederci “dove sei?” e improvvisamente l’espressione “ti mando la posizione” o “inviami la tua posizione” diventa, come dire, archeologia lessicale. Non credo ci sia una sola persona sana di mente che oggi facendo partire una chiamata possa domandare, appunto, “dove sei?” senza timore di ricevere in cambio uno sberleffo dall’altro lato della cornetta.

E quindi non ti chiederò “dove sei?” ma ti domanderò invece “ma, tu, questa quarantena come te la stai vivendo?”



domenica 22 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno nove





Torneremo ad abbracciarci?
Oppure la regola della distanza sociale che osserviamo con un certo scrupolo lascerà poi un minuscolo sedimento da qualche parte nel cervello, una volta che tutto sarà finito?
Chi può dirlo!
“Distanza sociale”?.
Beh, non possiamo starci troppo vicini e sono orami molti gli eventi culturali irrimediabilmente annullati e allora qualcuno si è inventato il www.socialdistancingfestival.com/ e, cercando qua e là, ho scovato le immagini della fotografa messicana Carol Espíndola.










Doppia passeggiata. Una ieri sera dopo cena con il vento che tirava un pochetto e il freddo che ti costringeva a tirare su il cappuccio del giubbetto e ad accelerare il passo. Ed una oggi dopo pranzo con un sole piacevole che, al contrario, invitava ad indugiare; magari sedendoti sulle panchine. Ma oggi la “distanza sociale” non era soltanto una regola autoimposta di buona igiene, ma anche prescritta, la cui inosservanza sanzionabile dalla polizia che continuava a girare e ad avvisare attraverso il megafono che no, non si esce per prendere il sole. Anche se è primavera e c’è un sole che scalda l’anima.




Già, primavera. Ieri me n’ero completamente dimenticato. Immagino di non essere stato il solo. Anche se poi oggi quando ho realizzato del passaggio di stagione sono andato a cercare su Google “foto primavera” e non c’è dubbio che il famoso motore di ricerca ha affinato assai gli strumenti per restituirci quello che cerchiamo. Ma abbiamo ancora qualche speranza se pensiamo che tra le foto recuperate ce ne sono tre che in effetti sono attinenti zero.









Tra le ricerche suggerite c’era anche “le frasi di Mafalda sulla primavera”. Ho continuato a cercare e questa sulla domenica che ho trovato mi è sembrata assurdamente fuori tempo.








sabato 21 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno otto




Novità Ryanair!
Non appena ricevuta un’e-mail dalla nota compagnia aerea con l’oggetto “Important Information Regarding your Ryanair Flight” ho pensato “e ora?”
E ora nulla. Per qualche strano caso del destino si trattava di un’e-mail che avevo già letto e che inspiegabilmente era tornata in grassetto come e-mail da leggere.
No, Ryanair non mi avvisava dell’ulteriore cancellazione di un volo, quello del dieci aprile, verso l’Italia che io, ottimisticamente, conto ancora di prendere in modo da poter trascorrere le vacanze di Pasqua con i parenti.







Oggi non sono nemmeno riuscito a fare la mia passeggiata giornaliera. Che comunque se l’avessi fatta sarebbe stata una cosa tipo questa, come un animale in pena.








No. Oggi non sono riuscito. E… ok… oggi è sabato e ci può stare che uno si lasci andare un po’ di più. Ci sta. Ho avuto un momento di sussulto tipo una mezzora fa quando ho deciso di levarmi il pigiama e farmi una doccia, cosa che mi ha dato la sensazione di aver combinato qualcosa, almeno per oggi.

E poi lo confesso: ho avuto un moto di fastidio tipo “minchia, che palle!” quando controllando la posta ho visto un messaggio (automatico) in cui Le Soir mi diceva che era pronto il giornale da leggere. Aiuto! 48 (quarantotto) pagine!, Cristo: oggi non ce la posso fare. Ho letto “l’édito” che ora nemmeno ricordo e ho staccato tutto. Adieu.








In tutto questo, lo confesso, mi salva la mia compagna che al momento mi nutre, ma in modo differente rispetto a come siamo organizzati normalmente, quando cerchiamo di dividere il carico dei lavori domestici, se non in modo equo, almeno non troppo sbilanciato nei suoi confronti. Lei ora s’impegna a cucinare piatti che non ci capita troppo sovente di preparare.
Ieri sera è stata l’occasione per dei burger di legumi e come accade spesso la ricetta l’ha trovata online.









venerdì 20 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno sette




Un aspetto che continua a colpirmi è il mio stupore. Segno evidente della straordinarietà del momento attuale che stiamo vivendo. Per quanta routine voglia metterci dentro e per quanto provi a farlo anche con una certa rapidità, non c’è modo. E mi direi anche “meno male!”. Sono ancora in quella condizione analoga a quando uno si trova sulla poltrona del dentista mentre lui armeggia con la busta che contiene la siringa: sono sveglio. I miei sensi sono all’erta. Ma poi so che arriverà questo momento.










E l’anestetico farà il suo effetto e mi troverò subito in una situazione letargica. Il dentista potrà lavorare tranquillamente ed io sentirò di tanto in tanto lo strumento con cui lui sta curando le mie carie.

O ancora, immagino ti sia capitato, l’attuale momento di pausa mi dà l’impressione di essere appena arrivato in un luogo nuovo, non necessariamente l’isola con la sabbia bianca e il mare turchese che vedi, ma un qualsiasi posto dove la novità ci tiene desti, reattivi, curiosi; appunto pieni di stupore.








Ma poi anche nell’isola super cool ci si abitua. Si entra in modalità “pilota automatico”: il buffet della colazione che il primo giorno c’era sembrato ricco ora ci appare il solito buffet, anche la vista del porticciolo nelle ore notturne che all’inizio ci lasciava senza fiato, ora viene trascurata perché tanto l’abbiamo vista anche ieri. Le scelte compiute diventano di ora in ora sempre più meccaniche portandoci a smettere di fare caso alla follia del momento attuale, come mi è capitato di osservare mentre attendevo di entrare al supermercato per comprare del vino e poche altre cose.






Oppure mentre facevo la mia passeggiata quotidiana e sono arrivato a Place Jourdan ed ho visto Antoine, Antoine!, con le serrande completamente abbassate. Bestiale!








Il mio abbonamento a “le Soir”, sottoscritto alla astronomica cifra di un euro, è stata la scelta più intelligente che abbia compiuto da quando è cominciata “la pausa”: miglioro il mio vocabolario di francese, approfondisco la conoscenza di questo paese e, soprattutto, mi tiene occupato il tempo libero. 


giovedì 19 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno sei



È assurdo!
Il tempo passa anche in una condizione di quarantena e con la vita in pausa. I primissimi giorni, lo devo ammettere, passava molto più lentamente: ogni ora un’agonia; ora va meglio. Domani sera, a mezzanotte, ci sarà il gong che ci ricorderà che da quando è cambiato il nostro modo di vivere la città, è trascorsa una settimana. Eh già, il tempo libero: tutto chiuso.







Ma dunque se tutto è sbarrato, se una delle ragioni per cui la popolazione mondiale è sempre più urbanizzata sta nella capacità delle città di offrire opportunità e svago, che senso ha continuare a rimanere a Bruxelles? Non è meglio tornare in Italia in modo da stare più vicini a chi lì è rimasto? Il dubbio continua ad arrovellarmi. E immagino che non sia solo il mio.
Ma poi si scopre una specie di turbamento per Bruxelles e ti senti di condividere l’opinione di quanti dicono che quando “vieni qui a Bruxelles piangi due volte, quando arrivi e quando te ne parti”. Perché in fondo questo suo essere un po’ disordinata, persa nelle tante lingue che la attraversano ogni giorno caoticamente, con migliaia di brusselesi che lo sono più di fatto che di nascita; ecco poi ti dici “dai, fammi aspettare ancora un po’, ancora un pochetto in attesa che mi decida”.


Ieri sera, come forse avrai fatto anche tu, mi sono messo alla finestra ad applaudire. Lo confesso, lì per lì mi sono sentito un idiota chiedendomi il senso di quel gesto collettivo compiuto all’unisono con altre persone che non vedevo ma sentivo. Esatto: non vedevo ma sentivo.  Ma poi… proprio quel gesto collettivo, fatto insieme ad altri sconosciuti, ha reso me e la mia compagnia meno soli nel nostro appartamento, riempendomi il cuore di speranza.







D’altra parte, quando la chaussée d'Ixelles, ora tristemente vuota, tornerà a brulicare di tutta l’umanità che la percorre in lungo e in largo (vista anche la considerevole dimensione dei suoi marciapiedi) ci domanderemo stupiti se questa quarantena sia stata vera, o non sia stata piuttosto uno degli episodi delle numerose serie distopiche che affollano la piattaforma di Netflix. Mi consola, lo devo ammettere, il modo in cui questa vicenda venga affrontata da una sponda all’altra dell’Atlantico. E per una volta ancora non mi dispiace essere da questa parte dell’oceano.








mercoledì 18 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno cinque





È da stamane che mi interrogo se l’incubo avuto stanotte sia stato provocato o meno da questa forzata permanenza in casa. Non ricordo l’incubo (non li ho mai ricordati) ma quando mi sono svegliato ed ho rivolto uno sguardo veloce all’orologio ho visto che erano le tre e mezza. Forse, ripeto, forse, l’incubo poteva essere originato dalla paura del frigo vuoto? Magari no: non può essere, eddai, su! Sta di fatto che oggi pomeriggio appena varcata la soglia per la consueta boccata d’aria (ora per altro raccomandata anche dalle recenti disposizioni del governo federale, top!) lunga la via dove abito mi imbatto in un grande camion in fila che strombazza alla macchina davanti. Alzo lo sguardo, lo vedo e penso sia un segno del destino!







Insomma, da oggi anche il Belgio è ufficialmente in quarantena. Che poi a pensarci bene, dai!, non ti sembra che il sostantivo femminile “quarantena” appartenga ad un’altra epoca? Una rapida ricerca e uno scopre che tale lemma è associato a malattie come la lebbra, la sifilide, la febbre gialla e, a quella che ci fa stringere le spalle a sentirla tuttora nominare, alla peste. Sì, la peste! Piero Chiara ne racconta l’arrivo nell’estate del 1918 nel suo paese sul lago Maggiore ne “Le corna del diavolo”.







Una descrizione che mi ha colpito non solo per il fatto che contrariamente a quanto stiamo vivendo attualmente allora, la peste, falcidiava largamente i giovani, ma anche per la sequenza di sfiga che aveva colpito quella generazione. Aveva appena fatto in tempo a tirare il fiato dopo la fine del primo conflitto mondiale, con il suo pesante carico di morti, per ripiombare subito dopo dentro l’influenza spagnola. Perché?, vorresti urlare.

E così, dopo aver avuto il fortuito incontro con il camion del Delhaize ho pensato che, terminata la passeggiata, sarei dovuto andare a fare un po’ di spesa.
Dove?
Le carte dei tarocchi parlavano chiare: Delhaize! Arrivo e la guardia un po’ accaldata dal sole di oggi mi aggiorna sul fatto che ora, proprio ora, la situazione all’interno del supermercato è “très calme” e che la direzione, in ogni caso, ha deciso di prendere alcune precauzioni e fornire delle indicazioni più precise tipo queste.






Mi sembrano precauzioni e indicazioni di buon senso che si scontrano, tuttavia, con le facce preoccupate dei cassieri che sono prive di maschere protettive. Non se ne lamentano troppo (vivono stoicamente questa loro condizione di frontiera) o meglio fanno come per dire ”non possiamo farci nulla” visto che, sospira a mezza bocca uno di loro, “la precedenza va data agli ospedali”. E poi si spera in dio.
Torno a casa, aggiorno la mia compagna su quanto sta accadendo in giro, riapro il PC, vado sulla pagina di “le Soir” e sono colto dallo stupore di leggere un lancio su Weinstein. Sarà forse il bisogno dei redattori di tornare ad occuparsi di altro?