La
prima domenica di quarantena o meglio il primo week end di quarantena è trascorso
quasi analogo ad un tipico week end pigro: un video party il sabato sera
quando non hai troppo voglia di andare da nessuna parte e una domenica dedicata
un po’ alla lettura buttato lì sul divano.
Tuttavia,
rispetto ad un week end pigro ci sono stati almeno due aspetti differenti. Il primo
è che gli argomenti di discussione a casa si sono sensibilmente ridotti. Per quanto
uno possa sforzarsi prima o poi si torna automaticamente a parlare di quello
che sta accadendo. È inevitabile. E a Bruxelles vista la grande presenza di
persone che arriva da ogni angolo di Europa, ognuno dice la propria alla luce dell’idea
che si è fatto, leggendo i giornali del suo paese e quindi quelli italiani,
greci, spagnoli o tedeschi.
Dio,
quanto mi mancano già i tempi quando l’argomento di conversazione principale con
cui avviare una chiacchierata da bar era appunto il meteo. Di meteo non si
parla più: è diventato un argomento residuale.
Eppure,
a pensarci bene, sono giornate tiepide quelle che stiamo vivendo durante le
quali, in altri momenti (mica secoli fa…), avremmo passato molto più tempo
sulle terrazze a sorseggiare qualche Jupiler insieme ad altre decine di persone.
No, ora non si può. E se qualcuno si avvicina troppo scatta il meccanismo di
difesa noto come “la distanza sociale”: non starmi troppo vicino; per me e per
te.
Il
secondo, l’obbligo, di domenica pomeriggio, di far un salto in ufficio a prendere
due monitor per poter lavorare così meglio da casa. Insomma, sono passato anche
io in modalità “work from home”. Il mio cervello ha realizzato che per le
prossime tre settimane il mio ufficio sarà un angolo della sala. Tanto meglio
comprenderlo il più rapidamente possibile senza tante storie, così da crearmi la
routine di cui ho bisogno.
Ma
poi a pensarci ancora meglio, c’è una terza cosa che è diversa da tutti i week
end. Una sensazione, come dire, da vita a Chernobyl.
Nel
corso del tragitto per andare in ufficio osservando i cartelli pubblicitari con
tutti gli eventi programmati per le prossime settimane, molti dei quali già
cancellati, mi ha preso un momento di sconforto.
Tutti
questi cartelli pubblicitari invitanti e pieni di speranza si riferiscono ad un
tempo che ora non esiste più e lasciati ancora lì fanno pensare a quando dovendo
abbandonare un appartamento in fretta e furia non si ha il tempo di riassettare
alla bell’e meglio e gli oggetti lasciati lì, come magari i piatti sporchi sul
lavello della cucina, comunicano un comportamento che ci lascia inevitabilmente
turbati.


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