domenica 15 marzo 2020

Diario della quarantena: giorno due




La prima domenica di quarantena o meglio il primo week end di quarantena è trascorso quasi analogo ad un tipico week end pigro: un video party il sabato sera quando non hai troppo voglia di andare da nessuna parte e una domenica dedicata un po’ alla lettura buttato lì sul divano.

Tuttavia, rispetto ad un week end pigro ci sono stati almeno due aspetti differenti. Il primo è che gli argomenti di discussione a casa si sono sensibilmente ridotti. Per quanto uno possa sforzarsi prima o poi si torna automaticamente a parlare di quello che sta accadendo. È inevitabile. E a Bruxelles vista la grande presenza di persone che arriva da ogni angolo di Europa, ognuno dice la propria alla luce dell’idea che si è fatto, leggendo i giornali del suo paese e quindi quelli italiani, greci, spagnoli o tedeschi.
Dio, quanto mi mancano già i tempi quando l’argomento di conversazione principale con cui avviare una chiacchierata da bar era appunto il meteo. Di meteo non si parla più: è diventato un argomento residuale.
Eppure, a pensarci bene, sono giornate tiepide quelle che stiamo vivendo durante le quali, in altri momenti (mica secoli fa…), avremmo passato molto più tempo sulle terrazze a sorseggiare qualche Jupiler insieme ad altre decine di persone. No, ora non si può. E se qualcuno si avvicina troppo scatta il meccanismo di difesa noto come “la distanza sociale”: non starmi troppo vicino; per me e per te.

Il secondo, l’obbligo, di domenica pomeriggio, di far un salto in ufficio a prendere due monitor per poter lavorare così meglio da casa. Insomma, sono passato anche io in modalità “work from home”. Il mio cervello ha realizzato che per le prossime tre settimane il mio ufficio sarà un angolo della sala. Tanto meglio comprenderlo il più rapidamente possibile senza tante storie, così da crearmi la routine di cui ho bisogno.

Ma poi a pensarci ancora meglio, c’è una terza cosa che è diversa da tutti i week end. Una sensazione, come dire, da vita a Chernobyl.
Nel corso del tragitto per andare in ufficio osservando i cartelli pubblicitari con tutti gli eventi programmati per le prossime settimane, molti dei quali già cancellati, mi ha preso un momento di sconforto.









Tutti questi cartelli pubblicitari invitanti e pieni di speranza si riferiscono ad un tempo che ora non esiste più e lasciati ancora lì fanno pensare a quando dovendo abbandonare un appartamento in fretta e furia non si ha il tempo di riassettare alla bell’e meglio e gli oggetti lasciati lì, come magari i piatti sporchi sul lavello della cucina, comunicano un comportamento che ci lascia inevitabilmente turbati.

Nessun commento:

Posta un commento