Ieri mi sentivo un po’ così, come nell’immagine di questo
ragazzo fotografato da Bruce Gilden ossia come un adolescente impazzito.
L’ho spesso osservata durante questi ultimi giorni una
sensazione che non provavo in passato, prima de “la pausa”. Mi accorgo che
spesso mi capita di aver sbalzi di umore. Mi sono sempre considerato un
“monoumore”: nessuna forma di depressione eclatante né, d’altra parte, quell’incontenibile
entusiasmo contagioso che capita di invidiare a taluni.
In questi giorni è più difficile. Da una parte ci sono gli
Skypéro, un modo per stare vicini agli amici che ora, dopo il confinamento,
ovviamente non vedo più. Ma poi se per qualche ragione lo Skypéro salta, allora
uno si dice (dopo essersi ripetuto miliardi di volte che è un bevitore sociale):
“dai, va beh… a ‘sto punto un bicchiere di vino me lo faccio lo stesso”.
Altro che “social drinker”!
Sì, perché “la pausa”, come molte altre condizioni esistenziali
straordinarie, è qualcosa che rivela numerosi aspetti di noi stessi che, in
tempi “normali” ci passerebbero inosservati. Talvolta questi nostri
aspetti dei quali ci curiamo poco in tempi ordinari, assumono, oggi, durante
“la pausa”, una sembianza caricaturale che faccio fatica a riconoscere.
Una volta, prima de “la pausa” avevo cominciato anche “Sense8”
la serie creata dalle sorelle Wachowski. Poi la rottura della routine dei miei
consumi culturali serali mi aveva visto costretto ad interrompere. Ieri,
finalmente, ne ho visto un episodio della seconda stagione e c’è stato un
passaggio che ha richiamato alla memoria alcune pagine del “Deserto dei
Tartari”, quando il protagonista, Giovanni Drogo, disteso sul letto,
inconsapevole e fiducioso del tempo che ha davanti a sé, scoprirà pochi giorni
dopo, come le giornate si saranno fatte più brevi e i “compagni di viaggio più
radi” come poi, girandosi indietro, vedrà che “un cancello è stato sprangato
alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno”.



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