È da stamane che mi interrogo se l’incubo avuto stanotte sia
stato provocato o meno da questa forzata permanenza in casa. Non ricordo
l’incubo (non li ho mai ricordati) ma quando mi sono svegliato ed ho rivolto
uno sguardo veloce all’orologio ho visto che erano le tre e mezza. Forse,
ripeto, forse, l’incubo poteva essere originato dalla paura del frigo vuoto?
Magari no: non può essere, eddai, su! Sta di fatto che oggi pomeriggio appena varcata
la soglia per la consueta boccata d’aria (ora per altro raccomandata anche dalle
recenti disposizioni del governo federale, top!) lunga la via dove abito mi
imbatto in un grande camion in fila che strombazza alla macchina davanti. Alzo
lo sguardo, lo vedo e penso sia un segno del destino!
Insomma, da oggi anche il Belgio è ufficialmente in quarantena.
Che poi a pensarci bene, dai!, non ti sembra che il sostantivo femminile
“quarantena” appartenga ad un’altra epoca? Una rapida ricerca e uno scopre che
tale lemma è associato a malattie come la lebbra, la sifilide, la febbre gialla
e, a quella che ci fa stringere le spalle a sentirla tuttora nominare, alla
peste. Sì, la peste! Piero Chiara ne racconta l’arrivo nell’estate del 1918 nel
suo paese sul lago Maggiore ne “Le corna del diavolo”.
Una descrizione che mi ha colpito non solo per il fatto che
contrariamente a quanto stiamo vivendo attualmente allora, la peste, falcidiava
largamente i giovani, ma anche per la sequenza di sfiga che aveva colpito
quella generazione. Aveva appena fatto in tempo a tirare il fiato dopo la fine
del primo conflitto mondiale, con il suo pesante carico di morti, per ripiombare
subito dopo dentro l’influenza spagnola. Perché?, vorresti urlare.
E così, dopo aver avuto il fortuito incontro con il camion del
Delhaize ho pensato che, terminata la passeggiata, sarei dovuto andare a fare un
po’ di spesa.
Dove?
Le carte dei tarocchi parlavano chiare: Delhaize! Arrivo e la
guardia un po’ accaldata dal sole di oggi mi aggiorna sul fatto che ora,
proprio ora, la situazione all’interno del supermercato è “très calme” e che la
direzione, in ogni caso, ha deciso di prendere alcune precauzioni e fornire
delle indicazioni più precise tipo queste.
Mi sembrano precauzioni e indicazioni di buon senso che si
scontrano, tuttavia, con le facce preoccupate dei cassieri che sono prive di maschere protettive. Non se ne lamentano troppo (vivono stoicamente questa loro condizione
di frontiera) o meglio fanno come per dire ”non possiamo farci nulla” visto che,
sospira a mezza bocca uno di loro, “la precedenza va data agli ospedali”. E poi
si spera in dio.
Torno a casa, aggiorno la mia compagna su quanto sta accadendo in
giro, riapro il PC, vado sulla pagina di “le Soir” e sono colto dallo stupore
di leggere un lancio su Weinstein. Sarà forse il bisogno dei redattori di
tornare ad occuparsi di altro?



Nessun commento:
Posta un commento