È assurdo!
Il tempo passa anche in una condizione di quarantena e con la vita
in pausa. I primissimi giorni, lo devo ammettere, passava molto più lentamente:
ogni ora un’agonia; ora va meglio. Domani sera, a mezzanotte, ci sarà il gong che
ci ricorderà che da quando è cambiato il nostro modo di vivere la città, è trascorsa
una settimana. Eh già, il tempo libero: tutto chiuso.
Ma dunque se tutto è sbarrato, se una delle ragioni per
cui la popolazione mondiale è sempre più urbanizzata sta nella capacità
delle città di offrire opportunità e svago, che senso ha continuare a rimanere
a Bruxelles? Non è meglio tornare in Italia in modo da stare più vicini a chi lì
è rimasto? Il dubbio continua ad arrovellarmi. E immagino che non sia solo il
mio.
Ma poi si scopre una specie di turbamento per Bruxelles e ti
senti di condividere l’opinione di quanti dicono che quando “vieni qui a
Bruxelles piangi due volte, quando arrivi e quando te ne parti”. Perché in
fondo questo suo essere un po’ disordinata, persa nelle tante lingue che la
attraversano ogni giorno caoticamente, con migliaia di brusselesi che lo sono più
di fatto che di nascita; ecco poi ti dici “dai, fammi aspettare ancora un po’, ancora
un pochetto in attesa che mi decida”.
Ieri sera, come forse avrai fatto anche tu, mi sono messo alla finestra
ad applaudire. Lo confesso, lì per lì mi sono sentito un idiota chiedendomi il
senso di quel gesto collettivo compiuto all’unisono con altre persone che non
vedevo ma sentivo. Esatto: non vedevo ma sentivo. Ma poi… proprio quel gesto collettivo, fatto
insieme ad altri sconosciuti, ha reso me e la mia compagnia meno soli nel nostro
appartamento, riempendomi il cuore di speranza.
D’altra parte, quando la chaussée d'Ixelles, ora tristemente
vuota, tornerà a brulicare di tutta l’umanità che la percorre in lungo e in
largo (vista anche la considerevole dimensione dei suoi marciapiedi) ci
domanderemo stupiti se questa quarantena sia stata vera, o non sia stata
piuttosto uno degli episodi delle numerose serie distopiche che affollano la
piattaforma di Netflix. Mi consola, lo devo ammettere, il modo in cui questa
vicenda venga affrontata da una sponda all’altra dell’Atlantico. E per una
volta ancora non mi dispiace essere da questa parte dell’oceano.


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